Memoria e Passione: A dirigere, Mario Dal Soler e Mauro De Menech

Siamo nei primi anni Novanta. Io e papà, sul glorioso Alfettone a gas, facevamo una domenica Sovramonte, una domenica Pedavena. Poi toccò a Seren, infine allo Zugni Tauro: Alfa in garage. C’era da scrivere di pallone locale su “La Gazzetta delle Dolomiti”, che, senz’esser rosea, lo sport lo marcava a uomo. Bene. Sull’altopiano, incrociai per la prima volta Mario Dal Soler, dirigente di una squadra che vedeva Gabriele Spada in panchina, col suo fastidio quando gli avversari potevano liberamente “fraseggiare”, e in campo, tra i tanti altri, “Boniek” Perotto, Bellumat a guidare la difesa, Umbe Faoro a spazzolare in mezzo, Dalla Santa coi suoi estri girovaghi. Freddo e discreta palta, nei miei ricordi. Sullo sterrato di Murle, invece, conobbi Mauro De Menech detto Broche (“borchie”, quelle che il padre vendeva da Morassutti, per un soprannome evidentemente ereditario), presidente, vice me sàntol Valerio, in una stagione che si gonfiò via via fino a divenire irripetibile. Roberto Gelisio alla guida, quella squadra spargeva sul campo folate di calcio da stropicciarsi gli occhi, suscitando pomeriggi abbaglianti. Le serpentine-alla-Best di Gigi Bonan, e dietro Ranieri Gorza, e poi Marsango, Caio Costa, Tiziano Cico Zollet, Adriano Sommariva e le sue trovate, Ivan Milone, Checco Zannin, Paolino Goffi (mi pare si chiamasse così, quel terzino/centrocampista tuttofare, slanciato, gran corsa, una specie di Dino Baggio, che poi partì militare), la stempiatura metodica di Fabio Venturin, il teatro stabile di Mario Baldissera in porta (“Scusi, signor arbitro…gentilissimo…”, per poi rifinire il ritratto dell’ominonero voltandosi verso la rete, in un fluente vernacolo), e quanti ne starò scordando ostia, ma vado a memoria…, ed i dopopartita al Travo, e le bandiere giallonere al vento il giorno del trionfo in Coppa…

Dal Soler (“Sì sì, anch’io ho un soprannome, se vuoi saperlo…a Sovramonte mi chiamavano “Mariourla”, qualcuno ancora adesso…diciamo che fin dalla scuola avevo una voce un po’…imponente…”) e De Menech dirigevano, gestivano, tenevano insieme. Il primo aveva iniziato nel 1977, il secondo nel 1984, un paio d’anni dopo aver smesso la maglia del Pedavena. Gruppi di persone da amalgamare. Caratteri, spigoli, individualismi, aperture e solidarietà. Saper dosare, saper chiudere un occhio o marcar netto il confine. Assecondare e sostenere, compattare, o al contrario smorzare, placare, a volte reprimere. Doveva essere questa, suppergiù, la vita del dirigente calcistico. E ancora questa dev’essere oggi, una venticinquina d’anni dopo, con MarioeMauro stretti sotto una sola bandiera, verdegranata. “Guarda, prima di tutto la passione -concordano-. Senza quella, non saremmo qua dopo tutto ‘sto tempo. E poi la fortuna di trovare mogli che ci stanno vicine, che ci concedono tutto questo tempo lontani da casa. A me una è scappata, per il calcio -è Dal Soler che parla-. Maura, la mia compagna di adesso, da questo punto di vista è completamente diversa: viene cinque giorni la settimana, si dà da fare, sistema le divise dei giocatori. Brava e basta”. D’accordo, ma mi interessava la gestione del gruppo: avrete trovato elementi strambi, difficili da gestire, che vi hanno tirati mostro… “Altrochè -fa De Menech-. Neanche da dire. Ma non mi chiedere nomi, nomi niente. In sostanza, un bravo dirigente deve essere in grado di reinventarsi di continuo, di mutar forma: da un anno all’altro, una squadra può cambiare tantissimo, personalità diverse, caratteri diversi. Devi ogni volta riuscire a interpretarli. Comunque, dalla penultima fusione, dal 2008 in avanti, a livello di prima squadra io, e penso anche Mario, ho avuto a che fare con ragazzi intelligenti”. “Non metto in dubbio -interviene Dal Soler-. Però ti confesso che quello che è successo due anni fa, quella “ribelllione”-pro-Parteli di cui parlavamo l’altro giorno verso Abano, è stato per me il momento più brutto, in quasi quarant’anni di dirigenza, una gran delusione. Poi, ad analizzarla adesso, ti dico anche che è stata una lezione, che ci ha fatto capire dinamiche importanti. Ci sarà utile, dovessero mai ripresentarsi situazioni analoghe. In ogni caso, non scordiamoci una cosa: oggi come oggi, gestire una squadra di calcio è come gestire un’azienda, né più né meno. Questo è diventato l’aspetto fondamentale”.

L’Union Feltre fonde da qualche mese Feltrese e Union Ripa La Fenadora, la quale metteva insieme Seren e Ripa 2000, che a sua volta sposava Ripa FP (Fonzaso-Pedavena) 92 e Nico SL (Sovramonte-Lamon), che, risalendo all’indietro… Basta così, ci siamo capiti. Il verdegranata di oggi è lo sbocco, in definitiva, di mille rivoli, di piccoli o grandi corsi d’acqua che prima o poi andavano in secca o che erano costretti a deviare e a mischiarsi. L’Union Feltre sente scorrere nelle proprie vene il sangue di tanti paesi, di generazioni di boce innamorati del pallone, e di padri innamorati altrettanto che quei boce hanno seguito e tenuto insieme. Ma ascoltiamo Dal Soler (sarebbe tutto in dialetto, traducete voi). “Io ho iniziato nel ’77 a Sovramonte. Seconda categoria, terza, seconda, terza, così per cinque sei volte. Allenavano i vari Spada, Basei, Achillea, Toni Conte… Lo storico presidente era Iseo Faoro. Finchè andammo in Prima al termine della stagione 95-96, ci fondemmo con la Lamonese e facemmo due campionati. Poi andammo via”. Cioe? “A Lamon volevano un altro presidente, noi non eravamo d’accordo, ci pareva una strada sbagliata. E noi dello “zoccolo duro” ce ne andammo. Fecero una stagione travagliata ma si salvarono. A quel punto, però, la bolla scoppiò. Nel frattempo, il Ripa FP 92 era retrocesso in Seconda. Mi chiamarono, Mauro e gli altri. Primi di giugno, pensavo per uno spiedo, su in casera. Invece volevano ricoinvolgermi, e vedere se c’era modo di recuperare quel titolo di Prima che in fin dei conti era il frutto del nostro lavoro di vent’anni e che la società Nico, sparendo formalmente di lì a poco, avrebbe perduto. Avevamo circa un mese di tempo, per mettere insieme i pezzi e presentare l’iscrizione. Tieni conto che molti giocatori del Nico avevano ottenuto lo svincolo, di nostro in un anno era rimasto poco, i fratelli Adami, Battistel, Visentin… Riottenemmo il titolo per la Prima categoria, adesso eravamo Ripa 2000. Ecco, lì iniziammo a far parte della stessa squadra, io e Mauro. I è sédese ani, ridendo e scherzando”.

Ed è proprio Mauro ad aiutarci nel tentativo di interpretare la realtà odierna, gli sbocchi che potrà trovare, il sèguito e la passione che saprà ridestare a Feltre, dove da decenni ci si è disabituati ad un calcio di livello. “Feltre ha una storia calcistica lunga un secolo. D’accordo il territorio e tutto quanto abbiamo detto, ma alla fine c’è la città. E perchè questa città ci venga dietro c’è un primo punto essenziale: mantenere la serie D. Iniziare, abbiamo iniziato bene. Ma ancora non abbiamo fatto nulla, questo dev’essere chiaro. Il pubblico giovane qua era stato perso del tutto: o andavano a vedere i loro amici nelle categorie inferiori o venivano a vedere noi al Boscherai. Dobbiamo recuperarlo. I 350, 400 spettatori li facevamo anche come Fenadora, e non nelle partite di cartello. Lascia stare il derby col Belluno, quello non fa testo. Se vuoi la verità, mi aspettavo qualcosa di più, nelle altre due gare casalinghe. Ma son sicuro che i feltrini arriveranno”. “E’ così -gli fa eco Dal Soler-. Bisogna aspettare un attimo. La Feltrese aveva storicamente un grande pubblico, ma negli ultimi anni l’aveva perso quasi tutto. Navigava in zone basse, la gente sapeva che anche il futuro non sarebbe stato roseo. E poi c’è un altro discorso da fare: il Mestre non ha accettato, per dire, ma io son convinto che giocare al sabato ci porterebbe sicure cento persone in più, allo stadio. Gli altri campionati non giocano, qua intorno. E non gioca “l’amicizia”. E non gioca, almeno nel pomeriggio, la serie A: quello che ha Sky, facile che qualche domenica stia casa a guardarsi la sua squadra. Comunque, face nove mi ghe’n ho già vist… Perchè aumentino bisogna saper aspettare. E lasciami dire una cosa, che è la nostra più grande soddisfazione: indipendentemente dalla gente che saremo capaci di coinvolgere, già adesso questa società è ambita, è stimata. Hai letto Sottovia l’altro giorno, quando dice “nel calcio mai dire mai”? Sai cosa significa? Che l’Union si è costruita nel tempo una reputazione, che in giro per il Veneto se ne parla in un certo modo. Perchè, qua, vige una regola: quello che si promette lo si mantiene”.

Altro aspetto centrale -se ne parlava proprio col presidente Giusti- è quello del settore giovanile, della possibilità per i ragazzi di far calcio dentro un contesto che ne sappia curare la crescita ed esaltare le qualità. “Non solo questo -incalza Dal Soler-. Fin dai tempi del Ripa 2000, la cosa più bella che avevamo fatto era quella di coinvolgere i ragazzi dei paesi intorno. C’è una visione selettiva, del calcio giovanile. E c’è una visione COMPRENSIVA, nel senso di tener dentro, di tener insieme. Pensa che il nome che volevamo dare alla società di adesso era Unione Feltrina, proprio per rimarcare questa presenza ampia sul territorio. A me viene in mente la Liventina, nel Veneto, che ha un progetto simile al nostro e che sviluppa un gran vivaio. Montebelluna? No, altra musica. Lì è una città, il loro bacino è molto più limitato. Insomma, per noi conta certamente la qualità dei giovani calciatori che sapremo costruirci, ma conta altrettanto che anche quelli meno dotati non perdano il desiderio e la possibilità di giocare. Guarda che non è bello dire a un ragazzino “non ci servi più”. Conosco dei casi in cui frasi del genere han fatto danni. Noi non le vogliamo pronunciare. San Vittore, Juventina Mugnai, tutte le “società amiche” hanno sottoscritto con noi questo tipo di accordo: a calcio giocano tutti, più ragazzi sui campi meno per strada. Chi avrà qualità, potrà crescere ulteriormente da noi. Gli altri faran sempre parte della nostra famiglia”.

Ora di cena, bisogna andare. “Qua sarìe da scriver an libro”, dice non mi ricordo più chi. Sì, perchè poi, parlando, aneddoto chiama aneddoto, ricordo sveglia ricordo. Ma adesso bisogna andare. “Ah -mi fa De Menech, col suo sguardo di persona buona-. ‘Ncora ‘na roba: se son da tant temp entro te’l calcio, l’è par la passiòn che me ha trasmès me pare. Oi dirghe grazie”.

di Alessandro Cossalter, collaboratore Union Feltre

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